Rideva sguaiato, sdraiato sull’asfalto. Una birretta in mano lo aiutava a tirar fuori parole che forse, altrove, senza alcool, forse, non avrebbe mai detto. Apriva la bocca e uscivano teorie astruse sulla vendetta, sul compiere il male, sulla violenza, che lui giustificava. S’immaginava verdi bottiglie di vetro infilate direttamente in pancia al suo nemico. Ebbi paura.
“Chi sei?” volevo domandargli. “Come puoi essere lo stesso uomo che due mesi fa ha pianto quando un bambino ha preso in mano per la prima volta una forchetta?”
Ma cos’è l’uomo? Cosa contiene il cervello umano? Da qui si dovrebbe partire per capire/capirci. In un fumoso bar, in una sera infrasettimanale, ci provarono, quei ragazzi che non conosco, ad arrivare a risposte cominciando il cammino con così assurde domande. Il nostro teschio, dietro la pelle, le labbra, gli occhi, contiene ‘sto coso, un po’ tondo, che pulsa, pensa, respira. Mille milioni di connessioni che in fretta in fretta s’aggrovigliano, si voltano, si girano, s’annodano, creando – supponevano i giovani – un sistema logico. Il nostro cervello è una macchina logica. Complessa.
E di questa complessità noi ne soffriamo, pisciando lacrime, la notte, sul divano, sul letto, bagnando coperte con l’umore del nostro dolore. Ma, allora, se noi ci doliamo per la nostra complessità, per il nostro non esser linea retta, ma matassa di fili, allora la nostra testa non ci tutela, allora il sistema logico di cui siamo fatti non ha come legge suprema quella di farci sempre stare bene. Perché il nostro cervello ci fa soffrire? Potremmo quasi affermare che la nostra testa va contro la nostra stessa sopravvivenza. Siamo governati da un organo autolesionista. Perché alcuni membri della specie umana si suicidano? Cosa tiene, invece, altri esseri umani, aggrappati alla vita?
L’uomo è un giocatore d’azzardo - s’azzarda a teorizzare un giovanotto bassopadano seduto al tavolo – e vive l’esistenza come una scommessa, punta tutta, su quella casella. Rischia. Ma ancora non si trova risposta al perché l’uomo compie il male. Perché quel ragazzo, di cui ho parlato all’inizio, progettava, urlando, piani per scardinare il sole altrui? Era un serpente, biblica metafora, che viscido strisciava sulle terre emerse.
Mescolava rabbia e piacere, mentre io pisciavo su un guard rail. Immagini di morte. Perché aveva dentro sé così tanto odio? Frustrazione, radici estirpate di una felicità che mai ci fu, non aveva nessuna pietà per gli errori che gli altri possono commettere. Capita. Di sbagliare. Risentimento che stritola. Tormento. Nero. Prendeva le persone e le usava solo per i suoi scopi. Intrallazzava relazioni e convenevoli per ottenere, avere, il potere, che voleva esercitare. Aveva gli occhi iniettati di sangue, che poi questa è una formula stereotipica, abusata, un cliché linguistico che provoca sbadigli.
Prima o poi dovrò pure, io che mi pavoneggio con lo scrivere, trovarle un nome a quella macchia scura che bruciava il petto del giovane e scavava nella sua carne, lacerando, arruffando, divorando, uccidendo i colori. A una gentilezza lui risponde con uno spunto. Muco che svicola.
Nel descrivere lui mi accorgo che sto descrivendo me.